Un uomo solo non ha bisogno di nient'altro che del sole.

Samuele della biblioteca di Budrio consiglia Muschio bianco di Anna Nerkagi.

Episodi di vita di una piccola comunità nenec, una popolazione indigena che vive all’estremo settentrione dell’infinito territorio russo. Ogni lavoro, ogni azione, ogni tentativo di migliorare o anche solo mantenere una dignitosa condizione di vita, diventa un gesto quasi epico difronte a difficoltà e a ostacoli che possono sembrare insormontabili a chiunque non sia abituato a scontrarsi in ogni momento con le forze avverse non solo della natura, ma anche del destino.
La benemerita casa editrice Utopia, oltre a riproporre in una veste grafica accattivante e assai curata opere di autori importanti ma un po’ dimenticati (fra gli altri Grazia Deledda e Massimo Bontempelli) porta a conoscenza del distratto pubblico italiano grandi autrici ed autori appartenenti a culture “al limiti”, soprattutto dal punto di vista geografico. Parliamo in questo caso di Anna Nerkagi, scrittrice russa ma di etnia nenec, etnia che ha un proprio idioma e per la quale la lingua russa rappresenta un po’ la lingua dei “colonizzatori”, che si apprende solo in un secondo momento, quando si viene allontanati dalle proprie comunità, dalle proprie origini, per entrare nel mondo civilizzato dei collegi e degli studentati di epoca sovietica, come nel caso della nostra autrice.

Nelle pagine del libro che proponiamo oggi, Muschio bianco, la lingua della Nerkagi, grazie anche allo splendido lavoro della traduttrice Nadia Cigognini, sembra fondere in un tutt’uno il paesaggio aspro, gli animali e l’uomo in un blocco dove è difficile scorgere quale sia effettivamente il protagonista principale, attraverso appunto una lingua che, come spesso accade per gli autori russi, non pone un confine netto tra la prosa e la poesia. Gli animali agiscono con sentimenti umani; la natura, in una cultura animista e sciamanica come quella nenec, a volte si personalizza e si antropomorfizza, mentre l’uomo, il più delle volte sopraffatto dalle difficoltà, per sopravvivere deve diventare feroce come un lupo e forte come un orso. Per questo nella vicenda che riguarda un piccolo cum, vale a dire un minuscolo assembramento fatto di due capanne e due famiglie, che è sempre sul punto di diventare ancora più piccolo e sbriciolarsi sempre più, quello che colpisce è la grande forza centripeta che porta tutti i personaggi, compresi gli agenti atmosferici e gli animali, a spostarsi lontano, a volte fino alla città civilizzata, per ritornare sempre al punto dove tutto ha origine e dove tutto termina. Forse, se proprio bisogna indicare un protagonista, questo va trovato nella figura iconica e quasi mitologica della renna, vero punto di contatto tra l’uomo e la natura più selvaggia, linfa vitale che scorre nelle vene di quella terra dura ed aspra. Non per niente più volte nel libro si ripeta la frase “un uomo senza renna è come una pietra piantata nel suolo”. La renna può vivere senza l’uomo, ma non certo il contrario.
La civiltà, la cupidigia, il cambiamento climatico, tutto ciò che mette in pericolo l’alternarsi equilibrato del ritmo riproduttivo dell’animale simbolo di quel territorio, fa nascere sul terreno il “muschio nero”, la coltre che avanza sempre più e copre un mondo destinato a finire per sempre. Il “muschio bianco” del titolo rimane quindi la metafora di una speranza sempre più lontana e difficile da raggiungere, soprattutto oggi che nemmeno la neve, che rende certo dura la vita dell’uomo, ma che anche in qualche modo lo protegge con la sua coltre naturale, riesce ad avere più quel colore in tutta la sua purezza.

Muschio bianco
Anna Nerkagi
Utopia, 2024

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Narrativa, popolo nomade dei nenec, natura

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